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Il
tempo mette le ruote nei legni di Annalisa Ramondino
Galleria d'arte l'Ariete, Bologna
27 febbraio- 11 marzo 1993
di Marcello Venturoli ........................
I
Sempre meno riesco a star lontano dallo schema dei miei interessi artistici
attuato col "Viaggiatore in arte", quando figura di operatore estetico
e suoi risultati intrecciavo quasi per scommessa e Morandi era Morandi
uomo e bottiglia, Burri era Burri silenzio illuminato e icona di sacco.
Lo sentivo, questo mio limite durante la bella giornata passata sui
tetti di Trastevere dove ha casa e studio Annalisa Ramondino.
Le sue opere in legni vecchi, ready-made, me le aveva segnalate Felice
Botta, anche lui lirico dello sfascio, Maestro ormai a quanti abbiano
inteso rifarsi al legno come mezzo protagonista, superficie già
lavorata dal tempo e posta nel trono della contemplazione da noi posteri
tra complesso di colpa e nostalgia. Ma pervenuto presso l'artista, romana
di elezione (è nata a Palma di Majorca con radicate memorie a
Napoli, anche se il suo passato è, a differenza di quello di
sua sorella scrittrice, Fabrizia Ramondino, orizzontale, anziché
verticale) fu l'ambiente e il personaggio a interessarmi prepotentemente:
una specie di bianco e luminoso alveare, di scale e piccole terrazze,
porte bianche e soppalchi, e di nuovo scale che terminano in una specie
di cubicolo da dove nessun Toulouse-Lautrec potrebbe ammirare, inseriti
fra migliaia di antenne televisive e di tegole, un San Pietro a sinistra
e un Monumento a Vittorio Emanuele III, zuccherino con quadrighe, a
destra, che paiono due collages. Ogni angolo dello spazio principale
così unitario, invece, da diventare una specie di saloncino,
è abitato prima di tutto, anche se con molta discrezione da centinaia
di oggetti provenienti da ogni Continente e collocati dentro mensole
e bacheche.
lo ero venuto per studiare gli ogetti riciclati da soffitti, assi, tavole,
barche, cancelli, mobili, quasi pronto a inventariare opere di una ortodossa
"poverista", oltre Duchamp, parente, se mai, di una Nevelson di cui
avesse ricordato non l'ordine metafisico delle sue soffitte dentro gli
armadi, ma soltanto il disordine di più epoche in una, come in
una "Dadapolis" (questo è il titolo che la sorella scrittrice
ha dato al suo "caleidoscopio napoletano", E invece mi trovavo al cospetto
di una casa-mostra: un inventario pressoché infinito di ipotesi
di cose "trovate" di ogni paese, popolari e dotte, relitti e di negozio,
ciarpame di usi, riti e gusti, dall'India al Terzo Mondo, dall'Europa,
visitata da Annalisa a tappeto, alla Cina. Insieme alla sorridente compagnia
di questo bazar di oggettistica che non si vende, prima ancora che Annalisa
mi mostrasse la serie delle sue sculture in una difficile cronologia,
mi imbattei in una pila di scatole senza coperchio, di varia dimensione,
ma quadrate la maggior parte, le cui pareti (mi vien fatto di chiamar
così i loro lati interni) l'artista aveva foderato di carte speculari,
argentate, madreperlacee, e dipinto con toppe di una morbida, affettuosa
tavolozza, quasi che queste scatole potessero o restar vuote, e cioè
piene di quel niente che sa riempire la fantasia, oppure contenere,
chi sa, qualcuno di quegli oggetti che avevano trovato a Trastevere,
come in un porto da Mille una notte, il termine del loro viaggio.
Così
invece di cominciare a vedere le opere già fatte, passammo le
prime due ore a viaggiare sotto i tetti con le cose di tutto il mondo
messe dentro le scatole di madreperla della Ramondino. Creatura imprevedibile
e quasi sempre l'opposto di quanto si possa arguire di lei, per esempio,
che sia una raccoglitrice di cose come fanno certi viaggiatori con la
macchina fotografica a tracolla anche quando vanno a letto o al gabinetto,
che scattano continuamente magari senza guardare; ma lei invece raccoglie
a ragion veduta, ciascun oggetto porta con sé, duraturo, un messaggio;
la si crederebbe affidata all'anarchia di una sensibilità priva
di scienza; e invece, neanche a farlo apposta è professoressa
di scienze ed ha insegnato con questo ruolo per dieci anni; è
così limpidamente amica, sa ridere con tale intesa, che l'altra
metà del buon umore che possiedi al suo contatto, te lo fornisce
lei e non te lo toglie neppure quando del tuo non ne hai più;
pare una ragazza scampata all'idea del matrimonio per amor dell'amore
e invece, restata vedova giovanissima, porta con sé l'idea del
matrimonio come gioventù; ed ha un figlio che sta per diventare
architetto. Sembra una figlia unica, tanto esclude fratellanze in quella
sua irrepetibilità; e invece lei intanto ha scelto l'immagine,
come mi dice, perché la sorella ha scelto le parole; ma credo
che sia più alleata al fratello che è architetto e innamorato
della ceramica. Lo straordinario volume Dadapolis che ho trovato in
libreria, in questi giorni, mi ha fatto star vicino alla macchina esistenziale
emotiva delle sorelle Ramondino, al comun denominatore di Napoli; ma
se per Annalisa Napoli è un punto del mondo, da cui magari partire
per ritornare, quasi a far simile un vecchio quartiere di Hong Kong
a uno partenopeo o a Trastevere, per Fabrizia le mille e mille voci
della cultura e della letteratura sempre più contribuiscono a
radicarla all'ombra del Vesuvio.
Il
Sono pochi anni che la Ramondino s'è dedicata al culto delle
immagini col fervore esclusivo di una antica fanciulla di Pompei ai
misteri Eleusini, e, come dirò appresso, questa sua passione
si presenta in gruppi di opere che hanno una loro fisionomia di gusto
e attingono anche a momenti diversi dell'iter della visualità
sul filo dada ed oltre. Questo dei "teatri delle cose", - che abbiamo
quasi messo insieme al primo nostro incontro, come a darci comprensione
reciproca e concludere che la critica è creativa, come è
messaggera di idee la più muta delle gestualità, - è
un momento che io collocherei nel pacchetto culturale pop, dove le cose
sono oggetti riconoscibili, fuori del loro uso e della loro destinazione,
come appunto nel dada; ma in questi di Annalisa circola, oltre che la
civiltà dei consumi, direi la civiltà dei viaggi, e nei
viaggi quello specchio di nostalgia, di perdizione, con cui l'oggetto
trovato assume valore di ricordo, di reperto, quando addirittura non
abbia quello di relitto, di cosa inutile e perduta.
In ciascuna di queste scatole affisse alle pareti della galleria è
un habitat per la recita di uno o più oggetti: la madonnina e
la bottiglia in cui è infilato un fiore di latta, l'uccello verde
a carica dell'emporio e il peso di pietra del telaio, crisalidi di giocattoli,
argenti sagomati di figurine, perle, perline, tazze, amuleti, piume,
lacrimari, pugnali. Qui l'operazione oggetto trovato va intesa alla
lettera nel senso che stavolta anche se può apparire in qualche
caso come l'oggetto misterioso, frammento di un altro più complesso
e fungibile, è trovato al naturale e al naturale ammesso in bacheca,
come un occ hio
che s'apra alla fine di un viaggio.
Si gode in questa fase della giovane arte di Annalisa Ramondino non
soltanto la gioiosa febbre della raccolta, ma il piacere della contemplazione,
dato non solo a se stessa e a coloro che guardano insieme a lei, amici
e sconosciuti, ma il piacere di contemplarci delle sculture stesse,
una specie di sguardo reciproco.
Il bello e il magico di questa fase stilistica, secondo me più
"classica" delle altre che dirò, sta nel fatto che ogni scultura
può essere raccontata, poiché ha una storia; e senza dubbio
come qualunque immagine di cosa e oggetto d'arte ciò che si può
dire di questa a parole aggiunge pertinenza e prestigio; ma qui accade
che gli oggetti in teatro non hanno bisogno di nome e indirizzo, tanto
sono emblematici di un viaggio: quel viaggio che Annalisa Ramondino
ha cominciato a fare tessendo la vita con l'arte, le cose trovate, piena
di amore e di rapimento, con la sua necessità di consapevolezza
e di riflessione, il frutto di mille partenze e di mille incontri, con
la tenerezza del ritorno, la svagatezza del perpetuo correre nel mondo
con la limpida, poetica, ricognizione della maturità.
III
Un amico che ha ristrutturato una casa di campagna le ha dato i tolti
tavolati dei soffitti, questa è la provenienza di alcune sue
forme "bianche". L'artista ne prende una, la tocca amorosamente e mi
informa della provenienza: "questa era una vecchia porta..." E mostrando
un'altra forma: "Questo è un pezzo di cabina al mare... questi
sono infissi". Dallo sfascio si porta via l'oggetto e questo viene tagliato,
dentro è vuoto, è sistemato coi suoi bravi lati regolari;
all'esterno una specie di impiallacciatura dei decenni e talvolta dei
mezzi secoli, all'interno una specie di cassa di risonanza nascosta.
Non aggiunge nessuna cromia; se mai, toglie. Veduti da vicino come manufatti, (quali sono e con la collaborazione
di bravi falegnami) ci si accorge quanto queste sculture siano rifinite,
talvolta con successivi decollages di carte, in origine sovrapposte
ai soffitti per una imbiancatura da parte di quelli che a Roma fra le
maestranze edili si chiamano "pittori". Torri dalle cime quadrate, oppure
a cuspide, che presentano una superficie tigrata dal tempo nel modo
così "spontaneo" e incontrovertibile, così veritiero e
così ricco di simbolo, che nessun pittore informale sarebbe capace
di imitare. Si potrebbe concludere che questi ciechi grattacieli o paracarri
senza strade, o, come vedremo, cippi funerari, siano degli accadimenti
dovuti alle intemperie o alla mano di guastatori. Sono invece poetiche
costruzioni per oggetti trovati, da relitti, da materie i cui incarnati
e coloriti traversano la notte dei tempi. È un prototipo questo,
che ripetendosi a varie altezze e dimensioni nell'assemblaggio, da casa,
torre, crea città, centri storici, acropoli turrite, arcaiche,
medievali. E a seconda di come l'artista le colloca e ne sceglie le
forme, queste diventano da case, insegne di defunti, disciplinate in
breve spazio in una ascesa, sì, come quella dei grattacieli,
ma con altra immobilità, altro silenzio. Forse che la scultrice
vuoi dirci, giocando seria seria con questi legni di esperienza, che
poi non è così difficile esser morti? Uno di questi "paesaggi"
creati con diverse torri spicca sugli altri perché prende vita
dalla pittura, almeno nel senso di una costruzione fissa e frontale.
I vari parallelepipedi sempre costruiti e assemblati, vengono stavolta
connessi con tavolette su cui l'artista ha inchiodato ferri colorati
(le due lezioni principali che Annalisa Ramondino ha percepito dalle
recenti avanguardie sono dai "ferri" di Burri e dai decollages o manifesti
di Rotella). L'assemblaggio dei legni è qui, dicevo, più
nel gusto di una visione cromatica, perché gioca intanto in spazi
più "segnici", quasi che fosse l'aria a disegnare le forme tra
solido e solido, ove l'azzurro il grigio e l'ocra prevalgono nella poetica
tavolozza; e poi l'abbraccio con la tavoletta istoriata di relitti consumistici
in metallo, fa assumere all'immagine un'altra vita: un senso di immutabilità
e al tempo stesso di tenace sopravvivenza spira da questa costruzione,
come una presenza e come una memoria.
IV
E qui devo passare ad altro capitolo del mio scritto, quello concernente
le case con le ruote ed altri giochi. Se il modo semplice di operare
con le forme dentro una lentissima gestualità fin ora descritto,
di Annalisa Ramondino può essere di buon grado chiamato ludico,
lo sviluppo del suo lavoro di scultore ci appare più palesemente
e dichiaratamente tale, in virtù di alcune felici irrazionalità
e fantasiose trasgressioni. Perché l'artista, letteralmente parlando,
alle sue torri, case e tombe, mette le ruote.
A certi oggetti (però più del consumo), le ruote aveva
messo una volta quella straordinaria operatrice estetica che si chiamava
Miela Reina da Trieste coeva dei pop romani de "La Tartaruga", fra giocattoli
e fumetti, e, appunto, sculture da passeggio. Qui le ruote di Annalisa
sono secondo me un modo di sorridere -o ridere addirittura - a tutto
quel senso arcaico e primordiale delle sue forme, a quell'altro modo,
serio, di giocare. E allora con le ruote l'artista può spostare
l'inamovibile, può conferirgli la dimensione dell'oggetto reale
ed equivocare su questa realtà, sostenendo magari che, con ruote
o senza, l'oggetto resta torre, grattacielo o cippo, basta che non si
rimuova dalla fantasia.
Gli oggetti trovati con le ruote, come per esempio gli imbuti, diventano
macchine belliche da cui spunta una bandierina, carrocci dove gli uomini
restano, oltre che invisibili, immuni, oggetti trovati così tutt'uno
con la ruggine, che la pelle bruna ed opaca di cui sono coperti li mestisce
dal vecchio uso, fino a renderli irriconoscibili, tanto più se
capovolti, come sono. E poi, sulla china di quella corsa ludica con
le ruote, eccoci servita anche una tenda o la capanna o la piramide,
dalla forma così astratta, così chiusa e sguarnita, che
gioiosa non è proprio. Ma chi ci dice che una recita del gioco
non possa avvenire magari nella fatica, nel lutto?
Più nella logica delle ruote sono le altre sculture pensate dall'artista
quali i teatrini, per rievocare con le ruote il nomadismo di queste
rustiche ribalte; se non addirittura i carretti, poco più di
scatole con ruote, che paiono aggiunte alle cose tradizionali dell'arredo
per l'Ade, per i bambini, disobbedienti drastici alla luce del sole.
V
Un omaggio al dada nella nostalgia dei
Schwitters o dei Rauschenberg ma anche sensibile allineamento alle esperienze
sul collage bidimensionato su vecchie carte e scritture, o cartoni ritmati
in morbide cromie "naturali" a mentire paesaggi di case, si
puó festeggiare nel gruppo di opere diciamo così incorniciato,
da Annalisa. Ma mentre in taluni artisti, specie donne, questa operazione
pittorica di materie che pure hanno una implicazione di gusto precisa
dell'oggetto trovato, é portata a conseguenze di rara finale
raffinatezza (basti pensare a Giovanna Leonetti e perchè no,
ad Anna Bruna Cusumano) in Annalisa Ramondino vale come una tappa ricognitiva
e forse nemmeno tanto fisionomica quanto le altre.
Ma un fatto é certo, che tutte le istanze e proposte dell'artista
nascono vive e coerenti, non come assaggi e tentativi formalistici,
ma come espressioni di pensieri e di sentimenti, di abbandoni e di umane,
irrevocabili scelte, che solo l'Immagine può compiutamente rispecchiare.
Marcello Venturoli,
Gennaio 1993
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Annalisa Ramondino
"Favole di pace e di guerra"
Galleria Antonia Jannone Disegni
di Architettura, Milano 
dal 13 marzo al 8 aprile 1997
di Marcello Venturoli
Di Annalisa Ramondino, "poverista"
oltre Duchamp, calamita di "cose trovate" in ogni Continente
e messe in gran presepe nei suoi "teatri di cose", dei suoi
grattacieli, fissi e mobili, riciclati da vissuti legni ed esposti alla
Galleria "L'Ariete" di Bologna nel 1993, ho scritto appassionatamente
("Il tempo mette le ruote nei legni di Annalisa")
e qui, dato anche l'esiguo spazio che ho a disposizione, non mi ripeto.
Dirò soltanto che nei tre anni trascorsi, l'artista è
riuscita a fisionomizzare i suoi oggetti o cose significanti, o trofei
lilliput, o giochi pensosi e sorridenti della memoria e della immaginazione,
facendo sì che l'"oggetto trovato", pur restando in
compagnia del suo teatro di immagini mentali, si piegasse sempre di
più, come fa un colore di tubetto sulla tavolozza di raffinato
tonalista, collaborasse strutturalmente, ora nello scheletro, ora nella
pelle, all'emancipazione di quella piccola "cosa creata",
di quella scultura-giocattolo.
Mentre nel 1993 l'artista "metteva insieme", oggi "costruisce";
se prima era assediata da mille ipotesi di oggetti fungibili ed autonomi
in virtù della connessione dei "pezzi" o della semplice
loro materiale unione, adesso l'artista è capace di disegnare
quegli oggetti precisamente come lei vuole, dico disegnare nel senso
di dare una loro compiuta e poetica tridimensione, come personaggi su
una ribalta, anzi su vasti piani di tavoli bianchi, come ora espone
nella galleria di Antonia Jannone. Sulle tre ribatte recitano un'immobile
partita di scacchi gli oggetti significanti della guerra e della pace.
In ciascun piano aleggia un clima diverso. Nel primo (e in parte nel
secondo) prevalgono strumenti di guerra, le tende di accampamento, che
ricordano quella celebre del "Sogno di Costantino" di Piero
della Francesca. La singolarità di queste presenze sta nel fatto
che l'antica solennità non scompare, soltanto si fa minima, non
si immiserisce per lo svettare in quelle sommità coniche di piccoli
imbuti (in uno ho ritrovato l'antico marchio delle macchine per cucire
Borletti) o per le lamiere argento con cui si tessevano le vesti Liberty,
ora a chiudere sorvegliati ingressi di capitani. Un'atmosfera direi
gentilmente corrusca si articola in "Torri" costruite
interamente con lamiere zincate, le cui superfici restano offese dal
tempo in maculazioni e fenditure ready-made; e un numero esiguo di "Belligeranti",
grandi imbuti con ruote e bandiere, cilindri di legno semoventi con
la fiducia della favola. Certo negli accampamenti di Annalisa non è
neppure una stilla del veleno che oggi intossica ancora i popoli nel
mondo, ma è un fatto che questo suo gioco alla guerra non sia
meno ammonitorio e toccante che quello di una severa filosofia pacifista.
Tende di comando, chiuse e aperte raccontano nella loro reiterazione,
senza dubbio qualcosa di simile ai tornei, non certo ai campi di battaglia;
ma il gioco della guerra (cui segue poi quello della pace) non è
fatto da una bambina: l'artista compone i suoi marchingegni bellici
filtrandoli dentro modi di avanguardia ben riconoscibili e ritornanti,
da Brancusi a Melotti; e se, come deve essere per la sua scelta "povera",
distaccata e ludica dell'"oggetto trovato", si illuminano
di un sorriso ironico, restano pur sempre persuasivi.
Il secondo tavolo non ospita personaggi sostanzialmente diversi nelle
intenzioni, magari in uno stile più "asciutto", astratto.
Basti interrogare le "Torri della camera oscura" che si presentano
come macchine osservatorio, oppure quel piccolo ingenuo trespolo a ruote,
tutto in fil di ferro, dal titolo "Gabbia del nemico" o quella
inequivocabile autoblinda ricavata in parte da una grattachecca di stagno.
Il tavolo n. 3, per essere all'insegna della pace non ha bisogno di
colombe con rametti di olivo nel becco, basta, a questa narratrice sottintesa,
mostrare "ciminiere ruotanti" e "torri immaginarie",
che vogliono dire: "Uomini, state in pace comunque, ad essere cattivi
e prevaricanti perdete energie meravigliose per la vostra esistenza,
tutto il propellente di fantasia che vi dà l'amore, vi si sciupa
nell'odio". Qui, su questo tavolo-teatro Annalisa Ramondino si
riallaccia a tutto il suo mondo di viaggi con case, palazzi torri nelle
sue "costruzioni con bandiera", in quei barattoli il cui interno
splende nella latta e un lungo cono di metallo vi cresce sopra - la
ciminiera - E che dire della già citate "Torri immaginarie"?
Dalle melottiane vertebre di filo di ferro si sprigionano altri fili
più delicati e sottili, come tattilizzazioni di fumi, di tracce,
in cima alle quali balenano aerei ed orologi; della "Piramide semovente",
unica al mondo, del grande "Edificio a gabbie d'aria", quel
grattacielo trasparente, che diventa definitivo perché in cima
ha la bandiera!
Marcello Venturoli, 1997
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Le città
utopiche di Annalisa Ramondino
di Paolo Levi
Le costruzioni microurbane di Annalisa
Ramondino mostrano quanto l'artista sia dotata di un'ironia non faceta.
La sua cultura, di fatto, affonda le sue radici nel Dada e si esplica
in un profondo interesse per il linguaggio dei materiali, il cui assemblaggio
diventa una condizione cromatica.
Nella loro rilevazione gli oggetti si fanno allusivi, come icone tridimensionali
che vanno a popolare un minuscolo teatrino della memoria.
Come Alice, la scultrice sembra fare i conti con i suoi sogni, con un
immaginario immediatamente comunicativo, perché sa tracciare
nello spazio un alfabeto di forme primarie e archetipiche.
Essa stessa abita e "disegna" città utopiche e, come lei stessa
dice, residuali, ovvero ridotte a dimensione di gioco, dove lo spazio
è essenzialmente allusivo, abitabile solo dall'immaginazione
fervida del "puer" che persiste in ogni vero artista.
Per rispettare la nostra Alice noi, corretti osservatori d'arte, dobbiamo
stare al gioco, che ci viene garbatamente proposto, di condividere con
lei la gregalità del non detto e di rileggere la scrittura sottile
del non visibile. Nel contempo dobbiamo renderci consapevoli della profonda
frattura che andiamo a creare con il cosiddetto "reale", dello svelamento
che dissacra le convenzioni spaziali.
Dobbiamo farci lillipuziani e partecipare ai silenzi metafisici di queste
città in miniatura che trasfigurano la nostra percezione, oppure
misurare il peso del nostro inutile gigantismo, come una meritata condanna
inflitta dall'orgoglio di aver voluto diventare adulti. 
Ma quello che conta, in questo gioco, è la voglia di essere complici,
attori noi stessi di una fiaba raccontata e ascoltata in mezzo ai detriti,
ai ritagli di legno lasciati li per terra, da un Geppetto che ha compiuto
il suo dignitoso lavoro di manipolatore della concretezza.
Ora - e a malincuore -si deve uscire di metafora e correttamente, richiamare
per il visitatore di questa esposizione le paternità culturali
di Annalisa Ramondino. Lasciamo che sia Marcel Duchamp a ricordarci
il significato della parola Dada, che definisce come protesta estrema
contro l'aspetto fisico. della pittura e atteggiamento metafisico.
Qui la nostra artista, con colta coerenza, mette in pratica quella lezione,
usando materiali nuovi, come, tra gli altri, proclamavano Hans Arp e
Kurt Schwitters sul "Dada Almanach" del 1920.
Erano artisti che chiamavano in causa, come ha scritto a suo tempo Maurizio
Calvesi, non la materia come sostanza primaria e indistinta, bensì
"i materiali", vale a dire il reale nella sua storicità, nel
suo essere molteplice non lineare; in definitiva, i relitti o le scorie
dell'esistere nella quotidianità.
Gli assemblaggi di Annalisa Ramondino ricordano anche quelli genialmente
costruiti da Cubisti e Futuristi. È questo il caso della magnifica
e metafisica costruzione titolata "Borghi residuali", retta da rotelle
smitizzati, dove l'intervento è l'esplicito accostamento per
analogia e contrasto di "non forme". I pezzi di legno o di ferro sono
per l'artista l'occasione di un ribaltamento fra pittura e segno, un
portare alla luce la causualità figurale, conferendo le dignità
di segno comunicativo. Le sue "Metropolis" non sono, tuttavia, quelle
che emergevano, orride, dalla fantasia angosciata di George Grosz, o
di Paul Citroen, che erano proliferazioni ostili di case affette da
gigantismo deforme. Per Annalisa Ramondino il modello è la forma
essenziale di un Rinascimento agli albori, dove la decoratività
poggia anche sull'illusione ottica, come in "Tenda di comando", dove
il rigore espressivo si fonde con il "divertissement" e l'abilità
della manipolazione.
Il tema della città è quello di una scenografia infinita
destinata a teatri impossibili; ma sottende una moralità positiva,
ottimista, densa di umori vitali. 
Chi varca la soglia del "Grande edificio a gabbie d'aria" trova il piacere
di penetrare in un universo leggero e trasparente, che "irretisce",
e qui la metafora si fa esperienza vera di penetrazione in una rete-scatola,
dove possiamo fingere di diventare invisibili a chi non partecipa al
gioco.
L'ammonimento che se ne ricava - perché, come in tutte le favole,
anche qui è leggibile una profonda moralità "naturale"
- è quello che ci rivela che la libertà, quella vera e
creativa, non consiste nel rifiuto anarchico delle convenzioni, ma nel
sapersi allestire spazi grandiosi da percorrere con lo spirito, anche
all'interno e nel rispetto delle regole più anguste.
Gli spazi minuscoli delle città di Ramondino sembrano concentrare,
nella loro essenzialità, tutto il possibile della nostra stessa
conoscenza, come un momento germinativo denso e insieme leggero.
La memoria storica si nutre di questi attimi estremamente concentrati,
di questi grumiplastici capaci di espandersi nel mondo fantastico del
tempo ritrovato. 'Basta il gesto di una mano sapiente, e risorge tutto
l'universo di un'epoca eroica e cavalleresca, di rituali antichi e solenni,
che solo i giochi di simulazione strategica sanno rievocare, la dama,
o le costruzioni di sabbia, o i viaggi immaginari sulle quattro assi
di una carriola.
Purché rimanga sempre intatto il gusto di rischiare e purché
si apprezzi sottilmente la paura di perdere, pur di evitare il prevedibile,
il preordinato, il condizionamento del quotidiano.
L'arte, in fondo, è proprio fatta di questo.
Paolo Levi,
2003
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Monografia di un piccolo universo
di Marcia Theophilo
Le cose sorgono dentro di noi come musica da uno strumento. Siamo lo strumento di qualcosa che è al di fuori di noi ma del quale facciamo parte.
Consciamente o inconsciamente. In questa dimensione si trova la mente dell’artista. Per Annalisa Ramondino la scultura è il catalizzatore di tutto un processo creativo. La manipolazione non è puramente mentale, per Annalisa gli strumenti significano anche ombre, luci, viaggi e pellegrinaggi in terre come l’India, la Cina, l’Africa, ma che la riportano, infine, sempre alla sua Napoli, dove lei ha vissuto, o anche a Trastevere dove abita ed elabora con emozione i temi dei suoi viaggi attraverso oggetti raccolti con la sua fantasia.
Qualche volta questo pellegrinaggio passa attraverso gli ex-voto o ricorda il mondo ludico pieno di allegria e vitalità nella scoperta di luoghi conosciuti o anche immaginari.
I sognatori, gli artisti, sono il senso dell’universo, qualcosa in più della scienza, sono l’anima della materia, imprevedibili e profondi quanto l’universo infinito.
Quanto dura nell’essere umano il bambino che è in lui?
Esiste un’universalità del mondo creativo dei bambini?
I bambini sentono gli esseri naturali e soprannaturali, gli esseri che volano e cantano, e con l’allegria della loro immaginazione nel quotidiano vissuto, anche una lattina, una ruota o una scatoletta, sono il principio di tutti i sogni.
Annalisa ci offre, perché anche noi possiamo divertirci con le sue opere, queste materie e testure e costruzioni di piccole città con piccole case che camminano su ruote. Vogliamo vedere il mondo attraverso il sorriso sulle labbra dei bambini, i loro piccoli candidi schiamazzi.
Dell’apprendistato e della creatività originate dal ludico nascono molti elementi: forme cilindriche, combinazioni elicoidali, o coniche.
La scultura è soltanto una parte di un processo, un catalizzatore, un oggetto magico che evoca il clima contenuto nella sua costruzione.
Questo viaggiare continuo fra i mondi che è proprio di questa artista che con la sua sensibilità ci riporta al paese d’origine e alla posizione cosmica di quella realtà.
E’ la mente creativa che si sviluppa e stabilisce i contatti fra i vari universi, le varie culture. Comincia lentamente e l’esercizio della forma è la ricerca di qualcosa di più prezioso. Sinapsi addormentate riattivano regioni occulte, trovano aperture – tutto il corpo impara – non è soltanto la mano che attua, delicati ingranaggi girano cercando sintonia.
Nessuno deve ricercare in questa artista un unico flusso conduttore, un'unica direttrice.
Annalisa possiede una grande eterogeneità di soggetti che risultano essere delle ottiche diverse dell’apprendimento delle altre culture incontrate come quelle africana, quelle dei paesi del mediterraneo, che sono entrate all’interno della sua opera con la loro religiosità. Il suo amare, camminare, contemplare, il suo trasmutare attraverso il lavoro fatto di libertà e inquietudine fa sì che la sua opera rimanga come simbolo di un tempo dove non tutte le illusioni sono perdute, dove il meraviglioso sopravvive all’infanzia.
Annalisa è come una piccola chiocciola con la sua casa sulle spalle e con uno specchio cilindrico che riflette dentro se stessa una pianura infinitamente estesa fino a diventare isola, montagna.
La sua scultura minimalista, lirica, che usa materiali riciclati, si proietta come una freccia. Nella sua casa laboratorio, una parete coperta di icone, perché nessuno dimentichi il labirinto del suo fare.
La sua opera è composta dai materiali più vari raccolti nei suoi viaggi: fili, pietre, oggetti trasparenti, giocattoli ma anche preziose memorie dei popoli incontrati.
Qual è la sua chiave?
Di che colore sono i suoi segreti? 
Sembrano isole che non vogliono trovare un posto fisso nel loro arcipelago. E come in un rituale noi entriamo nel suo caledoscopico universo di bambina mai soddisfatta nella sua curiosità.
Come se credesse che conoscendo il mondo attraverso il suo modo di descriverlo potrebbe raggiungere i suoi segreti.
La pietra l’attrae con i suoi colori mimetizzanti, diventa per lei come una cera pronta a sciogliersi, come un’acqua fluida, leggera, soave, quasi perfetta.
E il bambino, che ha ispirato le opere di Paul Klee, Mirò, Picasso, Kandinski, Savinio o Turchiaro, tocca anche lei, che prova intenso amore e interesse per tutte quelle piccole cose – forme, oggetti, colori, foglie, semi, pietrine, specchietti, filamenti di stoffa - inconcepibili per una mente adulta che ha perduto il bambino che aveva in sé.
Annalisa sceglie un posto lontano nella sua dimensione e dorme sognando pietre levigate dal solstizio e dalle stagioni. E le sue piccole case, cuori pulsanti, dove non esistono porte.
Come una lucertola Annalisa aspetta il sole con una viva allegria, guardando le sue case camminare sulle loro ruote e pensa al ghibli, che quando soffia penetra all’interno della pelle, dei tessuti, rimanendoci con la sua polvere rossa.
Marcia Theophilo
Roma, dicembre 2006 |