Il tempo mette le ruote nei legni di Annalisa Ramondino

Galleria d'arte l'Ariete, Bologna
27 febbraio- 11 marzo 1993

di Marcello Venturoli ........................

I
Sempre meno riesco a star lontano dallo schema dei miei interessi artistici attuato col "Viaggiatore in arte", quando figura di operatore estetico e suoi risultati intrecciavo quasi per scommessa e Morandi era Morandi uomo e bottiglia, Burri era Burri silenzio illuminato e icona di sacco. Lo sentivo, questo mio limite durante la bella giornata passata sui tetti di Trastevere dove ha casa e studio Annalisa Ramondino.
Le sue opere in legni vecchi, ready-made, me le aveva segnalate Felice Botta, anche lui lirico dello sfascio, Maestro ormai a quanti abbiano inteso rifarsi al legno come mezzo protagonista, superficie già lavorata dal tempo e posta nel trono della contemplazione da noi posteri tra complesso di colpa e nostalgia. Ma pervenuto presso l'artista, romana di elezione (è nata a Palma di Majorca con radicate memorie a Napoli, anche se il suo passato è, a differenza di quello di sua sorella scrittrice, Fabrizia Ramondino, orizzontale, anziché verticale) fu l'ambiente e il personaggio a interessarmi prepotentemente: una specie di bianco e luminoso alveare, di scale e piccole terrazze, porte bianche e soppalchi, e di nuovo scale che terminano in una specie di cubicolo da dove nessun Toulouse-Lautrec potrebbe ammirare, inseriti fra migliaia di antenne televisive e di tegole, un San Pietro a sinistra e un Monumento a Vittorio Emanuele III, zuccherino con quadrighe, a destra, che paiono due collages. Ogni angolo dello spazio principale così unitario, invece, da diventare una specie di saloncino, è abitato prima di tutto, anche se con molta discrezione da centinaia di oggetti provenienti da ogni Continente e collocati dentro mensole e bacheche.
lo ero venuto per studiare gli ogetti riciclati da soffitti, assi, tavole, barche, cancelli, mobili, quasi pronto a inventariare opere di una ortodossa "poverista", oltre Duchamp, parente, se mai, di una Nevelson di cui avesse ricordato non l'ordine metafisico delle sue soffitte dentro gli armadi, ma soltanto il disordine di più epoche in una, come in una "Dadapolis" (questo è il titolo che la sorella scrittrice ha dato al suo "caleidoscopio napoletano", E invece mi trovavo al cospetto di una casa-mostra: un inventario pressoché infinito di ipotesi di cose "trovate" di ogni paese, popolari e dotte, relitti e di negozio, ciarpame di usi, riti e gusti, dall'India al Terzo Mondo, dall'Europa, visitata da Annalisa a tappeto, alla Cina. Insieme alla sorridente compagnia di questo bazar di oggettistica che non si vende, prima ancora che Annalisa mi mostrasse la serie delle sue sculture in una difficile cronologia, mi imbattei in una pila di scatole senza coperchio, di varia dimensione, ma quadrate la maggior parte, le cui pareti (mi vien fatto di chiamar così i loro lati interni) l'artista aveva foderato di carte speculari, argentate, madreperlacee, e dipinto con toppe di una morbida, affettuosa tavolozza, quasi che queste scatole potessero o restar vuote, e cioè piene di quel niente che sa riempire la fantasia, oppure contenere, chi sa, qualcuno di quegli oggetti che avevano trovato a Trastevere, come in un porto da Mille una notte, il termine del loro viaggio.
Così invece di cominciare a vedere le opere già fatte, passammo le prime due ore a viaggiare sotto i tetti con le cose di tutto il mondo messe dentro le scatole di madreperla della Ramondino. Creatura imprevedibile e quasi sempre l'opposto di quanto si possa arguire di lei, per esempio, che sia una raccoglitrice di cose come fanno certi viaggiatori con la macchina fotografica a tracolla anche quando vanno a letto o al gabinetto, che scattano continuamente magari senza guardare; ma lei invece raccoglie a ragion veduta, ciascun oggetto porta con sé, duraturo, un messaggio; la si crederebbe affidata all'anarchia di una sensibilità priva di scienza; e invece, neanche a farlo apposta è professoressa di scienze ed ha insegnato con questo ruolo per dieci anni; è così limpidamente amica, sa ridere con tale intesa, che l'altra metà del buon umore che possiedi al suo contatto, te lo fornisce lei e non te lo toglie neppure quando del tuo non ne hai più; pare una ragazza scampata all'idea del matrimonio per amor dell'amore e invece, restata vedova giovanissima, porta con sé l'idea del matrimonio come gioventù; ed ha un figlio che sta per diventare architetto. Sembra una figlia unica, tanto esclude fratellanze in quella sua irrepetibilità; e invece lei intanto ha scelto l'immagine, come mi dice, perché la sorella ha scelto le parole; ma credo che sia più alleata al fratello che è architetto e innamorato della ceramica. Lo straordinario volume Dadapolis che ho trovato in libreria, in questi giorni, mi ha fatto star vicino alla macchina esistenziale emotiva delle sorelle Ramondino, al comun denominatore di Napoli; ma se per Annalisa Napoli è un punto del mondo, da cui magari partire per ritornare, quasi a far simile un vecchio quartiere di Hong Kong a uno partenopeo o a Trastevere, per Fabrizia le mille e mille voci della cultura e della letteratura sempre più contribuiscono a radicarla all'ombra del Vesuvio.

Il
Sono pochi anni che la Ramondino s'è dedicata al culto delle immagini col fervore esclusivo di una antica fanciulla di Pompei ai misteri Eleusini, e, come dirò appresso, questa sua passione si presenta in gruppi di opere che hanno una loro fisionomia di gusto e attingono anche a momenti diversi dell'iter della visualità sul filo dada ed oltre. Questo dei "teatri delle cose", - che abbiamo quasi messo insieme al primo nostro incontro, come a darci comprensione reciproca e concludere che la critica è creativa, come è messaggera di idee la più muta delle gestualità, - è un momento che io collocherei nel pacchetto culturale pop, dove le cose sono oggetti riconoscibili, fuori del loro uso e della loro destinazione, come appunto nel dada; ma in questi di Annalisa circola, oltre che la civiltà dei consumi, direi la civiltà dei viaggi, e nei viaggi quello specchio di nostalgia, di perdizione, con cui l'oggetto trovato assume valore di ricordo, di reperto, quando addirittura non abbia quello di relitto, di cosa inutile e perduta.
In ciascuna di queste scatole affisse alle pareti della galleria è un habitat per la recita di uno o più oggetti: la madonnina e la bottiglia in cui è infilato un fiore di latta, l'uccello verde a carica dell'emporio e il peso di pietra del telaio, crisalidi di giocattoli, argenti sagomati di figurine, perle, perline, tazze, amuleti, piume, lacrimari, pugnali. Qui l'operazione oggetto trovato va intesa alla lettera nel senso che stavolta anche se può apparire in qualche caso come l'oggetto misterioso, frammento di un altro più complesso e fungibile, è trovato al naturale e al naturale ammesso in bacheca, come un occviaggiohio che s'apra alla fine di un viaggio.
Si gode in questa fase della giovane arte di Annalisa Ramondino non soltanto la gioiosa febbre della raccolta, ma il piacere della contemplazione, dato non solo a se stessa e a coloro che guardano insieme a lei, amici e sconosciuti, ma il piacere di contemplarci delle sculture stesse, una specie di sguardo reciproco.
Il bello e il magico di questa fase stilistica, secondo me più "classica" delle altre che dirò, sta nel fatto che ogni scultura può essere raccontata, poiché ha una storia; e senza dubbio come qualunque immagine di cosa e oggetto d'arte ciò che si può dire di questa a parole aggiunge pertinenza e prestigio; ma qui accade che gli oggetti in teatro non hanno bisogno di nome e indirizzo, tanto sono emblematici di un viaggio: quel viaggio che Annalisa Ramondino ha cominciato a fare tessendo la vita con l'arte, le cose trovate, piena di amore e di rapimento, con la sua necessità di consapevolezza e di riflessione, il frutto di mille partenze e di mille incontri, con la tenerezza del ritorno, la svagatezza del perpetuo correre nel mondo con la limpida, poetica, ricognizione della maturità.

III
Un amico che ha ristrutturato una casa di campagna le ha dato i tolti tavolati dei soffitti, questa è la provenienza di alcune sue forme "bianche". L'artista ne prende una, la tocca amorosamente e mi informa della provenienza: "questa era una vecchia porta..." E mostrando un'altra forma: "Questo è un pezzo di cabina al mare... questi sono infissi". Dallo sfascio si porta via l'oggetto e questo viene tagliato, dentro è vuoto, è sistemato coi suoi bravi lati regolari; all'esterno una specie di impiallacciatura dei decenni e talvolta dei mezzi secoli, all'interno una specie di cassa di risonanza nascosta. Non aggiunge nessuna cromia; se mai, toglie.teatrino senza ruote Veduti da vicino come manufatti, (quali sono e con la collaborazione di bravi falegnami) ci si accorge quanto queste sculture siano rifinite, talvolta con successivi decollages di carte, in origine sovrapposte ai soffitti per una imbiancatura da parte di quelli che a Roma fra le maestranze edili si chiamano "pittori". Torri dalle cime quadrate, oppure a cuspide, che presentano una superficie tigrata dal tempo nel modo così "spontaneo" e incontrovertibile, così veritiero e così ricco di simbolo, che nessun pittore informale sarebbe capace di imitare. Si potrebbe concludere che questi ciechi grattacieli o paracarri senza strade, o, come vedremo, cippi funerari, siano degli accadimenti dovuti alle intemperie o alla mano di guastatori. Sono invece poetiche costruzioni per oggetti trovati, da relitti, da materie i cui incarnati e coloriti traversano la notte dei tempi. È un prototipo questo, che ripetendosi a varie altezze e dimensioni nell'assemblaggio, da casa, torre, crea città, centri storici, acropoli turrite, arcaiche, medievali. E a seconda di come l'artista le colloca e ne sceglie le forme, queste diventano da case, insegne di defunti, disciplinate in breve spazio in una ascesa, sì, come quella dei grattacieli, ma con altra immobilità, altro silenzio. Forse che la scultrice vuoi dirci, giocando seria seria con questi legni di esperienza, che poi non è così difficile esser morti? Uno di questi "paesaggi" creati con diverse torri spicca sugli altri perché prende vita dalla pittura, almeno nel senso di una costruzione fissa e frontale. I vari parallelepipedi sempre costruiti e assemblati, vengono stavolta connessi con tavolette su cui l'artista ha inchiodato ferri colorati (le due lezioni principali che Annalisa Ramondino ha percepito dalle recenti avanguardie sono dai "ferri" di Burri e dai decollages o manifesti di Rotella). L'assemblaggio dei legni è qui, dicevo, più nel gusto di una visione cromatica, perché gioca intanto in spazi più "segnici", quasi che fosse l'aria a disegnare le forme tra solido e solido, ove l'azzurro il grigio e l'ocra prevalgono nella poetica tavolozza; e poi l'abbraccio con la tavoletta istoriata di relitti consumistici in metallo, fa assumere all'immagine un'altra vita: un senso di immutabilità e al tempo stesso di tenace sopravvivenza spira da questa costruzione, come una presenza e come una memoria.

IV
E qui devo passare ad altro capitolo del mio scritto, quello concernente le case con le ruote ed altri giochi. Se il modo semplice di operare con le forme dentro una lentissima gestualità fin ora descritto, di Annalisa Ramondino può essere di buon grado chiamato ludico, lo sviluppo del suo lavoro di scultore ci appare più palesemente e dichiaratamente tale, in virtù di alcune felici irrazionalità e fantasiose trasgressioni. Perché l'artista, letteralmente parlando, alle sue torri, case e tombe, mette le ruote.
A certi oggetti (però più del consumo), le ruote aveva messo una volta quella straordinaria operatrice estetica che si chiamava Miela Reina da Trieste coeva dei pop romani de "La Tartaruga", fra giocattoli e fumetti, e, appunto, sculture da passeggio. Qui le ruote di Annalisa sono secondo me un modo di sorridere -o ridere addirittura - a tutto quel senso arcaico e primordiale delle sue forme, a quell'altro modo, serio, di giocare. E allora con le ruote l'artista può spostare l'inamovibile, può conferirgli la dimensione dell'oggetto reale ed equivocare su questa realtà, sostenendo magari che, con ruote o senza, l'oggetto resta torre, grattacielo o cippo, basta che non si rimuova dalla fantasia.
Gli oggetti trovati con le ruote, come per esempio gli imbuti, diventano macchine belliche da cui spunta una bandierina, carrocci dove gli uomini restano, oltre che invisibili, immuni, oggetti trovati così tutt'uno con la ruggine, che la pelle bruna ed opaca di cui sono coperti li mestisce dal vecchio uso, fino a renderli irriconoscibili, tanto più se capovolti, come sono. E poi, sulla china di quella corsa ludica con le ruote, eccoci servita anche una tenda o la capanna o la piramide, dalla forma così astratta, così chiusa e sguarnita, che gioiosa non è proprio. Ma chi ci dice che una recita del gioco non possa avvenire magari nella fatica, nel lutto?
Più nella logica delle ruote sono le altre sculture pensate dall'artista quali i teatrini, per rievocare con le ruote il nomadismo di queste rustiche ribalte; se non addirittura i carretti, poco più di scatole con ruote, che paiono aggiunte alle cose tradizionali dell'arredo per l'Ade, per i bambini, disobbedienti drastici alla luce del sole.

V

Un omaggio al dada nella nostalgia dei Schwitters o dei Rauschenberg ma anche sensibile allineamento alle esperienze sul collage bidimensionato su vecchie carte e scritture, o cartoni ritmati in morbide cromie "naturali" a mentire paesaggi di case, si puó festeggiare nel gruppo di opere diciamo così incorniciato, da Annalisa. Ma mentre in taluni artisti, specie donne, questa operazione pittorica di materie che pure hanno una implicazione di gusto precisa dell'oggetto trovato, é portata a conseguenze di rara finale raffinatezza (basti pensare a Giovanna Leonetti e perchè no, ad Anna Bruna Cusumano) in Annalisa Ramondino vale come una tappa ricognitiva e forse nemmeno tanto fisionomica quanto le altre.
Ma un fatto é certo, che tutte le istanze e proposte dell'artista nascono vive e coerenti, non come assaggi e tentativi formalistici, ma come espressioni di pensieri e di sentimenti, di abbandoni e di umane, irrevocabili scelte, che solo l'Immagine può compiutamente rispecchiare.

Marcello Venturoli, Gennaio 1993

 

Annalisa Ramondino "Costruzioni"

Associazione Culturale Archivio Fotografico Parisio, Napoli in collaborazione con Galleria Atonia Jannone, Milano
3 - 28 giugno 1996

by Anne Marie Sauzeau

Da tempo Annalisa Ramondino raccoglie.
Pezzi residuali, avanzi, reperti, se così li vogliamo definire.
Di stoffa o stuoia, vetro o specchio, legno. Intendiamoci, non candidi campioni di natura (tipo radici o ciottoli), ma rifiuti di cultura, buttati via per strada, quando "muore" una casa.
Certo, dalla natura tutto proviene -la pezza di stoffa dalla fibra di lino, il vetro dalla sabbia, e dall'albero la tavola, sagomata in porta.
Ma poi la stoffa sta a contatto con un corpo, lo specchio a tu per tu con la faccia, la trave sorregge un tetto e la porta protegge un'intimità. Queste "cose" povere, trattate e maltrattate, dipinte e ridipinte, rattoppate e rinfrescate, consumate poi scartate, Annalisa le raccoglie.
E con le cose, e nelle cose, lei raccoglie tutta la memoria stratificata dei gesti, eventi e calamità che le hanno plasmato a poco a poco: essenzialmente la cura delle mani umane, quella manu-tensione o energia inventiva che ora langue, ristagna ancora un po', prima di arrendersi al disfacimento, prima di disperdersi.
Finché emette ancora energia e memoria, finché pulsa la vecchia trave di quercia dipinta a calce, Annalisa ne ascolta l'organica compattezza, la salva cioè prende cura della sua parte buona.
Alla trave imbarcata e scrostata offre un nuovo corpo, una nuova dimora.
La sottrae all'irriconoscibile per integrarla in un'altra costruzione: un'armonia, una forma ritrovata. Ciò avviene in un radicale e spaesante cambiamento di scala.
Il che non è inconsueto nel corso degli avatar dell'incarnazione, nella successione ciclica dei destini.
È davvero miniatura, la nuova "urbanità" dei vecchi legni? Registro fiabesco? Illusione ottica? È più probabile che si tratti di una vera casa, anzi un vero borgo affastellato. Sorge nella lontananza e così sembra un miraggio, nel sole e nella foschìa marina.

Anne Marie Sauzeau

 

Annalisa Ramondino "Favole di pace e di guerra"

Galleria Antonia Jannone Disegni di Architettura, Milano
dal 13 marzo al 8 aprile 1997

di Marcello Venturoli

Di Annalisa Ramondino, "poverista" oltre Duchamp, calamita di "cose trovate" in ogni Continente e messe in gran presepe nei suoi "teatri di cose", dei suoi grattacieli, fissi e mobili, riciclati da vissuti legni ed esposti alla Galleria "L'Ariete" di Bologna nel 1993, ho scritto appassionatamente ("Il tempo mette le ruote nei legni di Annalisa") e qui, dato anche l'esiguo spazio che ho a disposizione, non mi ripeto. Dirò soltanto che nei tre anni trascorsi, l'artista è riuscita a fisionomizzare i suoi oggetti o cose significanti, o trofei lilliput, o giochi pensosi e sorridenti della memoria e della immaginazione, facendo sì che l'"oggetto trovato", pur restando in compagnia del suo teatro di immagini mentali, si piegasse sempre di più, come fa un colore di tubetto sulla tavolozza di raffinato tonalista, collaborasse strutturalmente, ora nello scheletro, ora nella pelle, all'emancipazione di quella piccola "cosa creata", di quella scultura-giocattolo.
Mentre nel 1993 l'artista "metteva insieme", oggi "costruisce"; se prima era assediata da mille ipotesi di oggetti fungibili ed autonomi in virtù della connessione dei "pezzi" o della semplice loro materiale unione, adesso l'artista è capace di disegnare quegli oggetti precisamente come lei vuole, dico disegnare nel senso di dare una loro compiuta e poetica tridimensione, come personaggi su una ribalta, anzi su vasti piani di tavoli bianchi, come ora espone nella galleria di Antonia Jannone. Sulle tre ribatte recitano un'immobile partita di scacchi gli oggetti significanti della guerra e della pace. In ciascun piano aleggia un clima diverso. Nel primo (e in parte nel secondo) prevalgono strumenti di guerra, le tende di accampamento, che ricordano quella celebre del "Sogno di Costantino" di Piero della Francesca. La singolarità di queste presenze sta nel fatto che l'antica solennità non scompare, soltanto si fa minima, non si immiserisce per lo svettare in quelle sommità coniche di piccoli imbuti (in uno ho ritrovato l'antico marchio delle macchine per cucire Borletti) o per le lamiere argento con cui si tessevano le vesti Liberty, ora a chiudere sorvegliati ingressi di capitani. Un'atmosfera direi gentilmente corrusca si articola in "Torri" tende di comandocostruite interamente con lamiere zincate, le cui superfici restano offese dal tempo in maculazioni e fenditure ready-made; e un numero esiguo di "Belligeranti", grandi imbuti con ruote e bandiere, cilindri di legno semoventi con la fiducia della favola. Certo negli accampamenti di Annalisa non è neppure una stilla del veleno che oggi intossica ancora i popoli nel mondo, ma è un fatto che questo suo gioco alla guerra non sia meno ammonitorio e toccante che quello di una severa filosofia pacifista. Tende di comando, chiuse e aperte raccontano nella loro reiterazione, senza dubbio qualcosa di simile ai tornei, non certo ai campi di battaglia; ma il gioco della guerra (cui segue poi quello della pace) non è fatto da una bambina: l'artista compone i suoi marchingegni bellici filtrandoli dentro modi di avanguardia ben riconoscibili e ritornanti, da Brancusi a Melotti; e se, come deve essere per la sua scelta "povera", distaccata e ludica dell'"oggetto trovato", si illuminano di un sorriso ironico, restano pur sempre persuasivi.
Il secondo tavolo non ospita personaggi sostanzialmente diversi nelle intenzioni, magari in uno stile più "asciutto", astratto. Basti interrogare le "Torri della camera oscura" che si presentano come macchine osservatorio, oppure quel piccolo ingenuo trespolo a ruote, tutto in fil di ferro, dal titolo "Gabbia del nemico" o quella inequivocabile autoblinda ricavata in parte da una grattachecca di stagno.
Il tavolo n. 3, per essere all'insegna della pace non ha bisogno di colombe con rametti di olivo nel becco, basta, a questa narratrice sottintesa, mostrare "ciminiere ruotanti" e "torri immaginarie", che vogliono dire: "Uomini, state in pace comunque, ad essere cattivi e prevaricanti perdete energie meravigliose per la vostra esistenza, tutto il propellente di fantasia che vi dà l'amore, vi si sciupa nell'odio". Qui, su questo tavolo-teatro Annalisa Ramondino si riallaccia a tutto il suo mondo di viaggi con case, palazzi torri nelle sue "costruzioni con bandiera", in quei barattoli il cui interno splende nella latta e un lungo cono di metallo vi cresce sopra - la ciminiera - E che dire della già citate "Torri immaginarie"? Dalle melottiane vertebre di filo di ferro si sprigionano altri fili più delicati e sottili, come tattilizzazioni di fumi, di tracce, in cima alle quali balenano aerei ed orologi; della "Piramide semovente", unica al mondo, del grande "Edificio a gabbie d'aria", quel grattacielo trasparente, che diventa definitivo perché in cima ha la bandiera!

Marcello Venturoli, 1997

 

Il Manifesto 27 gennaio 1999

Le città lillipuziane di Annalisa Ramondino

Le città utopiche

di A. DI GE.

Piccoli steccati, tende nomadiche, microscopiche dimore messe su con il gioioso bricolage dell'infanzia. È così che proliferano le città, paesaggi urbani del magico mondo di Annalisa Ramondino. L'artista condivide ora una mostra nella galleria Giulia con la scultrice Franca Sonnino.
"Le città utopiche" s'intitola la personale di Annalisa Ramondino e per entrare in sintonia con le sue opere bisogna cambiare le proporzioni, "farsi lillipuziani", come scrive in catalogo il critico torinese Paolo Levi. Non è affatto eccentrica questa osservazione. La scultrice ha conseguito studi scientifici e da li forse proviene il suo interesse per i microcosmi, per la loro "casualità organizzata". Assemblaggi di legno e ferro costituiscono dunque la sua particolare metropoli immaginaria. Il panorama che inchioda lo sguardo è un'infilata di edifici anti-Pop, non affetti dalla malattia del gigantismo ma casomai smitizzati nella loro dimensione in miniatura.
I suoi lavori, accarezzati da una manualità raffinata che si nasconde dietro una finzione informale, sono teatrini da animare, memorie intrecciate di culture abitative di diversi paesi. Un esempio su tutti è la "Tenda di comando" che rimanda da una parte alle "case" africane disseminate nel deserto e dall'altra ai fiabeschi circhi di paese che transitano per una sola stagione. Gli esseri umani? Sono banditi da questa urbanizzazione metafisica, che privilegia l'oggetto-residuo come icona dello spazio. E il vuoto diventa così metafora di un futuro inabitato...

 

 

Le città utopiche di Annalisa Ramondino

di Paolo Levi

Le costruzioni microurbane di Annalisa Ramondino mostrano quanto l'artista sia dotata di un'ironia non faceta. La sua cultura, di fatto, affonda le sue radici nel Dada e si esplica in un profondo interesse per il linguaggio dei materiali, il cui assemblaggio diventa una condizione cromatica.
Nella loro rilevazione gli oggetti si fanno allusivi, come icone tridimensionali che vanno a popolare un minuscolo teatrino della memoria.
Come Alice, la scultrice sembra fare i conti con i suoi sogni, con un immaginario immediatamente comunicativo, perché sa tracciare nello spazio un alfabeto di forme primarie e archetipiche.
Essa stessa abita e "disegna" città utopiche e, come lei stessa dice, residuali, ovvero ridotte a dimensione di gioco, dove lo spazio è essenzialmente allusivo, abitabile solo dall'immaginazione fervida del "puer" che persiste in ogni vero artista.
Per rispettare la nostra Alice noi, corretti osservatori d'arte, dobbiamo stare al gioco, che ci viene garbatamente proposto, di condividere con lei la gregalità del non detto e di rileggere la scrittura sottile del non visibile. Nel contempo dobbiamo renderci consapevoli della profonda frattura che andiamo a creare con il cosiddetto "reale", dello svelamento che dissacra le convenzioni spaziali.
Dobbiamo farci lillipuziani e partecipare ai silenzi metafisici di queste città in miniatura che trasfigurano la nostra percezione, oppure misurare il peso del nostro inutile gigantismo, come una meritata condanna inflitta dall'orgoglio di aver voluto diventare adulti.
Ma quello che conta, in questo gioco, è la voglia di essere complici, attori noi stessi di una fiaba raccontata e ascoltata in mezzo ai detriti, ai ritagli di legno lasciati li per terra, da un Geppetto che ha compiuto il suo dignitoso lavoro di manipolatore della concretezza.
Ora - e a malincuore -si deve uscire di metafora e correttamente, richiamare per il visitatore di questa esposizione le paternità culturali di Annalisa Ramondino. Lasciamo che sia Marcel Duchamp a ricordarci il significato della parola Dada, che definisce come protesta estrema contro l'aspetto fisico. della pittura e atteggiamento metafisico.
Qui la nostra artista, con colta coerenza, mette in pratica quella lezione, usando materiali nuovi, come, tra gli altri, proclamavano Hans Arp e Kurt Schwitters sul "Dada Almanach" del 1920.
Erano artisti che chiamavano in causa, come ha scritto a suo tempo Maurizio Calvesi, non la materia come sostanza primaria e indistinta, bensì "i materiali", vale a dire il reale nella sua storicità, nel suo essere molteplice non lineare; in definitiva, i relitti o le scorie dell'esistere nella quotidianità.
Gli assemblaggi di Annalisa Ramondino ricordano anche quelli genialmente costruiti da Cubisti e Futuristi. È questo il caso della magnifica e metafisica costruzione titolata "Borghi residuali", retta da rotelle smitizzati, dove l'intervento è l'esplicito accostamento per analogia e contrasto di "non forme". I pezzi di legno o di ferro sono per l'artista l'occasione di un ribaltamento fra pittura e segno, un portare alla luce la causualità figurale, conferendo le dignità di segno comunicativo. Le sue "Metropolis" non sono, tuttavia, quelle che emergevano, orride, dalla fantasia angosciata di George Grosz, o di Paul Citroen, che erano proliferazioni ostili di case affette da gigantismo deforme. Per Annalisa Ramondino il modello è la forma essenziale di un Rinascimento agli albori, dove la decoratività poggia anche sull'illusione ottica, come in "Tenda di comando", dove il rigore espressivo si fonde con il "divertissement" e l'abilità della manipolazione.
Il tema della città è quello di una scenografia infinita destinata a teatri impossibili; ma sottende una moralità positiva, ottimista, densa di umori vitali.

Chi varca la soglia del "Grande edificio a gabbie d'aria" trova il piacere di penetrare in un universo leggero e trasparente, che "irretisce", e qui la metafora si fa esperienza vera di penetrazione in una rete-scatola, dove possiamo fingere di diventare invisibili a chi non partecipa al gioco.
L'ammonimento che se ne ricava - perché, come in tutte le favole, anche qui è leggibile una profonda moralità "naturale" - è quello che ci rivela che la libertà, quella vera e creativa, non consiste nel rifiuto anarchico delle convenzioni, ma nel sapersi allestire spazi grandiosi da percorrere con lo spirito, anche all'interno e nel rispetto delle regole più anguste.
Gli spazi minuscoli delle città di Ramondino sembrano concentrare, nella loro essenzialità, tutto il possibile della nostra stessa conoscenza, come un momento germinativo denso e insieme leggero.
La memoria storica si nutre di questi attimi estremamente concentrati, di questi grumiplastici capaci di espandersi nel mondo fantastico del tempo ritrovato. 'Basta il gesto di una mano sapiente, e risorge tutto l'universo di un'epoca eroica e cavalleresca, di rituali antichi e solenni, che solo i giochi di simulazione strategica sanno rievocare, la dama, o le costruzioni di sabbia, o i viaggi immaginari sulle quattro assi di una carriola.
Purché rimanga sempre intatto il gusto di rischiare e purché si apprezzi sottilmente la paura di perdere, pur di evitare il prevedibile, il preordinato, il condizionamento del quotidiano.
L'arte, in fondo, è proprio fatta di questo.

Paolo Levi, 2003

 

Fabbriche di Annalisa Ramondino

di Donata Tchou

La costruzione di un edificio impone una profonda interrogazione sull'identità di chi vi abiterà, cioè del modo in cui si vuole vivere, di chi vi si vuole incontrare al suo interno, di come lo si vuole far apparire all'esterno. La costruzione è un atto certo di identificazione.
fabbricheAlla domanda: di dove sei? da dove vieni? piccoli pezzi di metallo di scarto, già colorati, si riassemblano assieme per ricostruire il loro luogo di origine. Una piccola fabbrica. Riprodotta ovviamente come si può riprodurre un'architettura della memoria, con una forma semplificata e alcuni nitidi dettagli.
Fabbriche che fanno pensare al lavoro, duro, sebbene utile, ma anche alle stesse costruzioni, ferme, di domenica, viste da lontano. Piccoli oggetti composti, ordinati, con la stessa regolarità delle costruzioni di Heinrich Tessenow.
Per Tessenow l'architettura era il lavoro di progettare e costruire assieme, un mestiere che univa artigianato e disegno secondo principi semplici. Ad esempio suggerisce di suddividere e di ricomporre gli oggetti: "Quanto più riusciamo a suddividere e a comporre, tanto migliore sarà il risultato; per fare questo la natura ci potrà sempre essere d'esempio: in essa tutto si articola fin nei minimi particolari e tutto si compone in un insieme unitario." Annalisa fa questo, suddivide, ricompone, si interroga sull'origine delle cose e su come possono riprendere forma, possono riassumere una identità importante, significativa, anche se non perfettamente definita, con la poesia di una verità che viene dalla memoria.
Un ricordo filtrato da un pensiero un po' ironico, che da una risposta e ti sussurra altre domande, aggiungendo piccole note di instabilità e fragilità, materiali che non nascondono la loro stanchezza, anzi, si portano dietro la loro storia, su una struttura fatta da trame fragili, leggermente sproporzionate. Le micro architetture di Annalisa sono, più che modelli di edifici o di prototipi di mobili, singolarmente, un suggerimento ad un'identità ambigua e ricca, piena di storia.


Donata Tchou, 2005

 

Il Mattino, 2 marzo 2005

Ramondino, quando l'arte povera diventa un gioco

Docenti, artisti, esponenti della società culturale e civile, e tra questi Aldo Masullo: tutti insieme per "Arte & Gioco in mostra", una rassegna che è un progetto, quello di avvicinare all'arte i giovanissimi, stimolare interesse e curiosità tra i bambini. Sul tema della creatività e dell'attenzione civile, sul riuso dei materiali di scarto, ad esempio. La rassegna patrocinata dagli assessorati comunali alla Cultura e ai Progetti per l'infanzia, e organizzata dalla Fondazione Morra -sarà inaugurata sabato mattina nella Sala della Loggia a Castelnuovo, e fino all'8 aprile si susseguiranno le manifestazioni del progetto che prevede anche incontri e seminari a Palazzo dello Spagnuolo, come alla Federico II e all'Accademia di Belle Arti( che collaborano all'organizzazione della manifestazione come anche l'Università di Salerno).
Due le mostre, "Selezionedi oggetti artistici" di Annalisa Ramondino costituita da una selezione di 100 opere prodotte dal 1991 al 2005 e divise per aree tematiche - e "Africa in gioco". I responsabili scientifici sono Vincenzo Bergamene, Enrico Castelli, Francesco Coppola e la stessa Ramondino. L'artista, nata a Palma di Majorca vive e lavora a Roma e fin dai primi anni Novanta utilizza nel suo lavoro esclusivamente materiali di recupero (legni, specchi, carta, stoffe, ferri, plastiche, lamiere e pezzi di oggetti abbandonati) frammenti di vissuto, di memorie, di immagini, di tecniche scomparse producendo oggetti che rimandano al gioco. L'idea di collegare le due mostre in un unico evento è nata dall'intenzione di stabilire una relazione e un confronto tra la dimensione dell'arte e quella ludica.

 

Il Mattino 5 marzo 2006

Africa in gioco i bambini e la preziosa arte del riciclo

di do.tr.

I bambini come maestri di riciclaggio, ri-uso e rielaborazione fantastica dei materiali di scarto, con risultati sorprendenti nella creazione di giochi e giocattoli tirati fuori dal nulla: legni, fil di ferro, lamiere, pezzi di rifiuti industriali rottamati, frammenti di plastica, stoffa, carta, specchi, bottiglie trasformati in automobili, biciclette, autocarri, pupazzi: È un suggestivo repertorio di oggetti d'arte povera quello presentato da ieri fino all'8 aprile 2006 - nella Sala della Loggia del Maschio Angioino, in un duplice percorso espositivo legato a una costellazione di eventi nel segno dell'arte e del gioco. Da un lato, la mostra "Africa in gioco": una selezione di giocatoli creati, con grande abilità manuale, da materiali di riciclo da parte di bambini di diverse regioni africane, provenienti dalla collezione del museo antropologico Tamburo Parlante di Montone (Perugina), per la cura dell'antropologo Enrico Castelli, e dalla collezione privata di Alberto Fortunato.
Dall'altro lato, una selezione di opere artistiche di Annalisa Ramondino, collezionista di giocatoli africani e qui autrice oggetti evocativi realizzati tra il 1991 e il 2005. In una originale contaminazione di mondi, esperienze e saperi che in mostra rinviano l'uno all'altro. Non a caso, l'iniziativa ideata dall'urbanista Franco Coppola rinvia ad ulteriori appuntamenti (otto) che fino ad aprile coinvolgono protagonisti e spazi diversi della città, in una logica inclusiva. Se ne parlerà nel convegno in programma domani, dalle 9,30 al Maschio Angioino, che presenterà il progetto educativo sotteso alla manifestazione "Arte & Gioco"

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Monografia di un piccolo universo

 di Marcia Theophilo

Le cose sorgono dentro di noi come musica da uno strumento. Siamo lo strumento di qualcosa che è al di fuori di noi ma del quale facciamo parte.
Consciamente o inconsciamente. In questa dimensione si trova la mente dell’artista. Per Annalisa Ramondino la scultura è il catalizzatore di tutto un processo creativo. La manipolazione non è puramente mentale, per Annalisa gli strumenti significano anche ombre, luci, viaggi e pellegrinaggi in terre come l’India, la Cina, l’Africa, ma che la riportano, infine, sempre alla sua Napoli, dove lei ha vissuto, o anche a Trastevere dove abita ed elabora con emozione i temi dei suoi viaggi attraverso oggetti raccolti con la sua fantasia.
Qualche volta questo pellegrinaggio passa attraverso gli ex-voto o ricorda il mondo ludico pieno di allegria e vitalità nella scoperta di luoghi conosciuti o anche immaginari.
I sognatori, gli artisti, sono il senso dell’universo, qualcosa in più della scienza, sono l’anima della materia, imprevedibili e profondi quanto l’universo infinito.
Quanto dura nell’essere umano il bambino che è in lui?
Esiste un’universalità del mondo creativo dei bambini?
I bambini sentono gli esseri naturali e soprannaturali, gli esseri che volano e cantano, e con l’allegria della loro immaginazione nel quotidiano vissuto, anche una lattina, una ruota o una scatoletta, sono il principio di tutti i sogni.
Annalisa ci offre, perché anche noi possiamo divertirci con le sue opere, queste materie e testure e costruzioni di piccole città con piccole case che camminano su ruote. Vogliamo vedere il mondo attraverso il sorriso sulle labbra dei bambini, i loro piccoli candidi schiamazzi.
Dell’apprendistato e della creatività originate dal ludico nascono molti elementi: forme cilindriche, combinazioni elicoidali, o coniche.
La scultura è soltanto una parte di un processo, un catalizzatore, un oggetto magico che evoca il clima contenuto nella sua costruzione.
Questo viaggiare continuo fra i mondi che è proprio di questa artista che con la sua sensibilità ci riporta al paese d’origine e alla posizione cosmica di quella realtà.
E’ la mente creativa che si sviluppa e stabilisce i contatti fra i vari universi, le varie culture. Comincia lentamente e l’esercizio della forma è la ricerca di qualcosa di più prezioso. Sinapsi addormentate riattivano regioni occulte, trovano aperture – tutto il corpo impara – non è soltanto la mano che attua, delicati ingranaggi girano cercando sintonia.
Nessuno deve ricercare in questa artista un unico flusso conduttore, un'unica direttrice.
Annalisa possiede una grande eterogeneità di soggetti che risultano essere delle ottiche diverse dell’apprendimento delle altre culture incontrate come quelle africana, quelle dei paesi del mediterraneo, che sono entrate all’interno della sua opera con la loro religiosità. Il suo amare, camminare, contemplare, il suo trasmutare attraverso il lavoro fatto di libertà e inquietudine fa sì che la sua opera rimanga come simbolo di un tempo dove non tutte le illusioni sono perdute, dove il meraviglioso sopravvive all’infanzia.
Annalisa è come una piccola chiocciola con la sua casa sulle spalle e con uno specchio cilindrico che riflette dentro se stessa una pianura infinitamente estesa fino a diventare isola, montagna.  
La sua scultura minimalista, lirica, che usa materiali riciclati, si proietta come una freccia. Nella sua casa laboratorio, una parete coperta di icone, perché nessuno dimentichi il labirinto del suo fare.
La sua opera è composta dai materiali più vari raccolti nei suoi viaggi: fili, pietre, oggetti trasparenti, giocattoli ma anche preziose memorie dei popoli incontrati.
Qual è la sua chiave?
Di che colore sono i suoi segreti? palazzo del vento
Sembrano isole che non vogliono trovare un posto fisso nel loro arcipelago. E come in un rituale noi entriamo nel suo caledoscopico universo di bambina mai soddisfatta nella sua curiosità.
Come se credesse che conoscendo il mondo attraverso il suo modo di descriverlo potrebbe raggiungere i suoi segreti.
La pietra l’attrae con i suoi colori mimetizzanti, diventa per lei come una cera pronta a sciogliersi, come un’acqua fluida, leggera, soave, quasi perfetta.
E il bambino, che ha ispirato le opere di Paul Klee, Mirò, Picasso, Kandinski, Savinio o Turchiaro, tocca anche lei, che prova intenso amore e interesse per tutte quelle piccole cose – forme, oggetti, colori, foglie, semi, pietrine, specchietti, filamenti di stoffa -  inconcepibili per una mente adulta che ha perduto il bambino che aveva in sé.
Annalisa sceglie un posto lontano nella sua dimensione e dorme sognando pietre levigate dal solstizio e dalle stagioni. E le sue piccole case, cuori pulsanti, dove non esistono porte.
Come una lucertola Annalisa aspetta il sole con una viva allegria, guardando le sue case camminare sulle loro ruote e pensa al ghibli, che quando soffia penetra all’interno della pelle, dei tessuti, rimanendoci con la sua polvere rossa.

Marcia Theophilo

Roma, dicembre 2006

Un delicatissimo equilibrio 'concettuale'

di Rosario Pinto

Un delicatissimo equilibrio 'concettuale' presiede anche l'opera di Annalisa Ramondino cui vorremmo suggerire l'attribuzione della definizione di 'concettuale' lirico e che ben interpreta e sintetizza le ragioni d'un percorso che lega dinamiche 'informali' secondo piani di lettura in cui al fruitore non è richiesto d'essere mero e passivo spettatore, ma spesso, anche di poter intervenire manualmente sulle opere stesse, magari spostandone pezzi ed unità, alla ricerca di un diverso assemblaggio delle parti.

— Rosario Pinto in “Esperienze artistiche al femminile in Italia e Germania” Istituto di Studi per l’arte al femminile, 2007

la scultura di Annalisa Ramondino