Annalisa Ramondino - Scultore

Annalisa Ramondino è nata a Palma di Majorca e vive e lavora a Roma.

Gli objets-trouvès, Il ready-made, le cose che spesso finiscono in discarica, sono materia prima delle opere dell'artista. Le sue sculture, fatte con vecchi legni, ferri, vecchie lamiere zincate, sono dei pezzi di materiale ricollocati in un altro contesto, delle narrazioni bricolage, dove si stratificano in un insieme coerente pezzi di storie eterogenee.
La sua scultura ha vari temi: il gioco della guerra, le città utopiche, le fabbriche.
Il gioco della guerra è composto da vari marchingegni bellici. Le tende di accampamento, dette "tende di comando", fatte di lamiere, ricordano quella celebre del sogno di Costantino di Piero della Francesca. In esse l'antica solennità non scompare. Poi vi sono i "belligeranti", grandi imbuti con le ruote e le bandiere, le "torri della camera oscura" che si presentano come macchine osservatorio, le "ciminiere ruotanti", ricavate da impluvi di grondaie capovolti, le "torri immaginarie" fatte di fili di ferro da cui si sprigionano altri fili in cima ai quali balenano aerei, pezzi di vetro e bandiere.
Altre opere sono le "città utopiche", costruzioni microurbane nelle quali l'artista dimostra un grande interesse per il linguaggio dei materiali. I "borghiresiduali"belligerante - Ramondinosono torri dalle cime quadrate o a cuspide, fatte con vecchi legni e presentano una superficie segnata dal tempo. Sono formati da un prototipo che ripetendosi a varie altezze e dimensioni nell'assemblaggio da casa o torre, forma città, centri storici, acropoli turrite, arcaiche, medioevali. Un senso di immutabilità ed al tempo stesso di tenace sopravvivenza spira da queste costruzioni, come una presenza e come una memoria. Altri edifici sono fatti con reti di metallo come il grattacielo trasparente intitolato "grande edificio a gabbie d'aria" .
Le "fabbriche" sono delle piccole costruzioni fatte di lamiera bianca o grigia con grandi ciminiere, riprodotte come si può riprodurre un'architettura della memoria con una forma semplificata ed alcuni nitidi dettagli. Fabbriche che fanno pensare al lavoro, duro, sebbene utile ma anche alle stesse costruzioni ferme viste da lontano.

Ha esposto a Firenze, Roma, Napoli, Bologna, Colonia
Nel 1994 ha ottenuto la Menzione speciale della giuria al Miart a Milano.
Nel 2007 ha vinto il 1° Premio (Medaglia del Presidente della Repubblica Italiana) per "Interni residuali".
Ha partecipato a: Artissima/Lingotto, Torino; Arte Fiera, Bologna, Palazzo delle Esposizioni, Roma; Parigi, Sinzig (Germania)

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Alcuni saggi critici sul lavoro di Annalisa Ramondino:

Paolo Levi :"Le città utopiche di Annalisa Ramondino"
Anne-Marie Sauzeau: "Costruzioni"
Donata Tchou: "Fabbriche di Annalisa Ramondino"
Marcello Venturoli: "Il tempo mette le ruote nei legni di Annalisa" e "Favole di pace e guerra"

Marcia Theophilo "Monografia di un piccolo universo"

È disponibile il video "Di aria e di Guerra" sull'opera di Annalisa Ramondino, regia di Carlo Massa

 

Un'arte ludica del rattoppo: Intervista ad Annalisa Ramondino

di Giovanni Gugg .....................................................................

Torri della camera oscuraL'epoca attuale, con le sue tante possibilità di dialogo transculturale, dimostra quanto sia sempre più artificioso stabilire una cesura netta tra "Noi" e gli "Altri". Ciò è particolarmente evidente nell'esposizione "Arte & Gioco in Mostra", in cui i giocattoli africani raccolti da Enrico Castelli e Alberto Fortunato riflettono molto della creatività di un vasto e variegato continente che ha contribuito, con il suo universo a tre dimensioni, alla grande rivoluzione dell'arte moderna, liberando gli artisti europei dalle rigide e convenzionali regole classiche.
È, probabilmente, anche grazie all'incontro con le culture africane durante i suoi tanti viaggi che Annalisa Ramondino ha iniziato a percepire e poi a sentire sempre più forte l'energia e le storie degli oggetti di scarto, e a scegliere poi di ritrasmetterne il messaggio attraverso una vera e propria arte ludica del rattoppo: un lavoro onirico carico di ironia e passione con cui, dice lei, "aggiustare le cose" e offrire, a noi, lo spunto per ulteriori viaggi di scoperta e ri-scoperta di ciò che non guardiamo più perché "troppo visibile".

Signora Ramondino, iniziamo proprio dalla sua singolare scelta stilistica. Com'è nata l'attenzione verso gli oggetti "di scarto" e il loro riutilizzo in chiave artistica?

Non lo so. Per anni ho raccolto vecchie carte, vecchi pezzi di stoffa o bottoni... anche gli oggetti rotti come ad esempio un macinino... insomma, qualunque cosa che per me fosse bella. Ne ho ancora diversi bauli pieni. Li mettevo da parte per il semplice fatto che mi avevano emozionato. Gli oggetti di scarto mi affascinano. Pezzi residuali, avanzi, reperti, cioè rifiuti di cultura, hanno tutta la memoria stratificata dei gesti, eventi e calamità che a poco a poco li hanno plasmati. Sono buttati, ma sono vivi ed ho voglia di farli rivivere e mi dispero se non riesco a salvarli e sottrarli all' esilio del disuso.

 

Da dove nascono le sue sculture? Qual è il suo soggetto preferito?

Guardando le mie sculture mi rendo conto che ho dei soggetti preferiti: gli edifici, le case, le fabbriche in primo luogo e poi l'esercito. Ma non all'inizio. È successo tutto per caso. Nel paese in cui ho lo studio facevano molte ristrutturazioni di vecchie case e così mi hanno regalato dei legni di soffitto, dipinti di bianco alcuni, altri ricoperti di giornali e poi dipinti, ed ho pensato subito a delle case con le pareti scrostate, proprio a quelle case da cui proveniva il materiale, a quelle case che sarebbero sparite. Le mie case somigliano ai vecchi paesini bianchi, rosa, color pietra visti da lontano passando con il treno: sorgono in lontananza e sembrano un miraggio. Poi ho finito il legno e sono entrata in grande angoscia. Avevo però delle vecchie grondaie che provenivano sempre dalle ristrutturazioni, grigie metalliche, il colore dell'esercito, e così è nato l'accampamento di guerra con i vari macchinari bellici. Una volta fatto, mi ha divertito l'idea di avere un esercito personale per difendermi dalla vita. Ma poi non mi ha protetta affatto. Era solo di latta.
Man mano ho imparato ad utilizzare materiali diversi, reti metalliche, fili di ferro, resti di oggetti e, recentemente, tramite una mia amica che costruisce cose bellissime, le plastiche. Sono gli oggetti di scarto a suggerirmi cosa realizzare: quello che verrà fuori dipende dalla materia, dalla forma, dai colori, dalla pesantezza o dalla leggerezza del materiale

Ogni oggetto ha ed è una storia, e la sua espressione artistica sembra quasi voler ristabilire un nesso col passato. Nella sua opera c'è anche una sorta di "ricerca del tempo perduto"?

Sono sempre presenti la nostalgia: e la memoria. Come dice Cabrera Infante «la memoria è la prima e l'ultima macchina del tempo. Solo esiste tempo e memoria. La nostalgia è la memoria dell'anima». Questi oggetti hanno una storia, hanno un altrove. Ad esempio, i legni che adopero per le Scatole derivano da vecchie barche dismesse ed hanno vari strati di vernice che mi fanno pensare al lavoro, al vissuto, alla fatica. Nel mio lavoro c'è sempre una particolare attenzione al recupero e alla salvaguardia della memoria, ma con una particolarità importante: non recupero tutto, ma solo ciò che mi emoziona, quel che mi incuriosisce e stupisce.

Le sue sculture rimandano fortemente al gioco, c'è un momento ludico nella sua arte? Case - Ramondino

Sempre. Quando ho il materiale, sempre. Mi diverto, gioco ogni volta che creo, ma già trovare il materiale per me è un grande divertimento, è fonte di ispirazione. Il mio unico momento di crisi è quando non ho il materiale, è come se ad uno scrittore mancassero la penna e il foglio o ad un pittore i colori. Ma ogni volta che uno scarto mi emoziona sono sicura che prima o poi uscirà fuori qualcosa.

Gli oggetti africani che costituiscono l'altra anima di questa mostra potrebbero rientrare tutti in quella che Claude Lévi-Strauss definisce "scienza del concreto", dove il bricoleur «esegue un lavoro con le proprie mani, utilizzando mezzi diversi rispetto a quelli usati dall'uomo del mestiere» e riesce ad «adattarsi sempre all'equipaggiamento di cui dispone». Anche lei aggiusta, rattoppa, trasforma, si esprime con quel che ha e trasmette l'idea di aver fatto esperienza pratica: allora forse anche lei è una bricoleuse, non trova?

Beh, in effetti per certi versi sono bricoleuse perché mi piace costruire le mie sculture con le mie mani, altre volte, dopo aver progettato le opere (materiali da utilizzare, forme, proporzioni, dimensioni) mi faccio aiutare per la realizzazione. Ho, per esempio, un ottimo lattoniere che mi salda alcuni oggetti. La nostra collaborazione risale a più di dieci anni fa, faticosa all'inizio soprattutto perché in qualche modo lui si sentiva degradato dalle mie "pazzielle", ma poi si è appassionato e ora le difende e le valorizza agli occhi degli altri.

Signora Ramondino, come definisce la sua opera? ....................................

Non saprei con esattezza, ma forse posso rispondere con le parole di un mio amico, il quale dice che le mie sculture sono degli objets-trouvés trasfigurati, dei pezzi di materiale ricollocati in un altro contesto, delle narrazioni bricolage, dove si stratificano in un insieme coerente di pezzi di storie eterogenee.

Lei ha detto che sono gli oggetti di scarto ad ispirarla. Crede sia pertinente interpretare le sue opere come critica alla società opulenta e consumistica?

In realtà non ci ho mai pensato. Forse è un discorso più valido per quelle persone che raccolgono vecchi tavolini, scansie in disuso, poltrone abbandonate e cosi via, e che poi riutilizzano con la stessa funzione.

In che misura è ispirata da quella che comunemente viene indicata come "Arte Etnica"?

I molti viaggi che ho fatto, in Africa ed altrove, e cosi anche le escursioni effettuate nelle campagne nostrane più povere, mi hanno insegnato moltissimo. La libertà nel mescolare colori e materiali differenti. Ad esempio una porta in un paese ricco è fatta di un unico materiale, in un paese povero può essere fatta con avanzi di legni colorati, un pezzo di bidone, una retina, un pezzo di lamiera ecc. e sembra un quadro moderno. I bambini africani spesso come giocattoli costruiscono mezzi di trasporto, camion, macchine aerei, moto e li copiano direttamente dalla realtà, dal mezzo che vedono passare perché quasi mai hanno libri con disegni o fotografie. E per costruirli utilizzano i materiali di scarto che posseggono, come pezzi di lamiera e legno; le ruote sono spesso fatte con le suole di gomma di scarpe infradito, le luci delle moto con le lampadine fulminate delle torce. Utilizzano anche stracci e legano poi i vari pezzi con fili di ferro o strisce ricavate da camere d'aria. Costruiscono in grande libertà. Costruiscono quello che vedono e che rimane impresso nella loro immaginazione. Sono rimasta sempre molto affascinata dalle loro costruzioni ed ho sentito una certa analogia sia con i giocattoli che costruivamo anche noi da piccoli, sia con le mie sculture attuali.

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In genere, Ia produzione di oggetti come i giocattoli africani esposti è un fatto collettivo, mentre un'opera d'arte è sostanzialmente il risultato di un percorso individuale. Nella sua opera, quale rapporto esiste tra i termini "individuale" e "collettivo"? Sono opposti o complementari?


Forse potrei individuare due momenti distinti: quello della creazione "pura" che è un fatto essenzialmente individuale, mio, per certi versi solitario; e quello della realizzazione pratica, concreta, in cui spesso - come ho detto prima - sono aiutata.

Per alcuni aspetti la sua arte mi ha ricordato l'opera estetica e museografica di Ettore Guatelli, che considerava un "grande delitto" non consentire il recupero delle testimonianze di epoche passate, anche tra le discariche. Come il maestro di Ozzano Taro, sente anche lei che le sue opere contribuiscono al recupero di una memoria della marginalità?

Sono d'accordo con Ettore Guatelli che conosco ed ammiro.
Certo c'è spazzatura e spazzatura, ma una cittadina linda, pulita, senza "scarti poetici" mi da sempre un grande senso di vuoto, di disagio e di solitudine.
Per Guatelli la discarica era una sorta di "regno della memoria", mentre per me gli oggetti di scarto sono lo spunto per una ricerca artistica, per degli adattamenti creativi che, se l'osservatore riesce ad entrarvi in sintonia, credo possano contribuire a far riemergere dei ricordi.
Sì, penso che chi apprezza le mie opere, chi le ama, viva una sorta di recupero della memoria. Spesso, ad esempio, davanti alle mie sculture e alle mie costruzioni, mi dicono: «mi ricorda...»

Intervista ad Annalisa Ramondino

di Anna Lemos

D - Come definisci la tua scultura?

R - La mia scultura è fatta di pezzi messi insieme, pezzi di materiali e oggetti che hanno già una storia: legni che sono stati dipinti e ridipinti, che si sono scrostati e mostrano vari strati di colore, la varietà dei colori, lamiere e reti metalliche con macchie di ruggine, con graffi e segni. Cose buttate. Vecchi oggetti. Vecchi legni presi da barche abbandonate sulla spiaggia, o da porte, travi, finestre di case che vengono ristrutturate. Lamiere corrose e macchiate dallo scorrere dell’acqua. Oggetti trovati durante i viaggi, cose scartate, che scelgo per la loro bellezza. Mi dispiace se una cosa bella viene buttata: la voglio salvare, ricostruire, voglio creare una nuova storia.
Io sento la mia scultura come un ricostruire, piuttosto che costruire… e un riparare.
Nella mia vita c’è stato sempre questo. C’è sempre stato il recupero, c’è stato sempre il rattoppo e il mettere insieme. E poi l’arte, l’inventare gli oggetti, l’arte, che è qualcosa che ti porti dentro, e poi tiri fuori, tiri fuori,no, è come se tu li producessi dal corpo, questi oggetti.

D — Raccoglievi degli oggetti prima di cominciare a fare le sculture ?

R — Molto prima.  Prima di sapere che cosa ne avrei fatto di quello che raccoglievo. Io ho sempre raccolto. Mi sono sempre piaciuti i vecchi oggetti, i materiali, come vecchie carte, vecchi legni, stoffe… Ho sempre amato i colori, il metterli insieme.
Ho sempre fatto tante cose in cui utilizzavo colori e materiali. I vestiti, per esempio: facevo gonne, pantaloni, mi facevo tutto. La gente mi fermava per strada, mi chiedeva dove li avevo comprati, mi chiedeva se ero un’artista. Mi sarebbe piaciuto fare la stilista.
Ho sempre avuto un grande desiderio di creare delle cose. Pensavo che mi sarebbe piaciuto dipingere e per molto tempo l’ho desiderato. Poi ho scoperto che sono i materiali, gli oggetti che mi interessano di più.

D - Quali sono state le prime sculture che hai fatto?

R — La prima cosa che ho fatto è stato un acquarello.
Sono stata in Cina nel 1980, e tornando in Italia ho fatto una tappa a Canton, di notte. Si vedevano, grandi vetrate di tutti i colori illuminate nel buio. 
Tutte le case avevano enormi vetrate colorate.
Di giorno non l’ho vista perché avevo l’aereo molto presto la mattina. Però questa immagine notturna di Canton ce l’ho ancora.
È stata una visione straordinaria e quando sono tornata ho fatto un acquarello.
Dopo ho cominciato ad utilizzare tutte le cose che, nel tempo, avevo preso a Porta Portese - che erano vecchie stoffe, vecchie carte e oggetti - e ho cominciato a fare dei collage su cui dipingevo, non so, delle piante con le foglie colorate. Insomma, in parte era collage, in parte era pittura. Erano delle storie in cui c’era lei, poi c’era il mare in fondo, poi c’era la palla, poi c’era la barca, poi c’era la casa.
Le mie sculture raccontano le stesse cose: le barche, le sfere di vetro colorato, le case, il circo. È come se in questi primi lavori io avessi messo questo il mio mondo. In questi primi lavori c’era già il mio mondo, quello che poi ho fatto con la scultura.
È stato quando ho usato degli specchi antichi per fare dei collage che ho capito che mi interessava lavorare con il volume. Erano ancora dei quadri, ma c’erano le tre dimensioni.
Poi ho imparato ad usare il legno.
La prima scultura che ho fatto è stata una casa con le ruote, costruita con delle vecchie travi di soffitto , che erano molto belle perché erano stati rivestite con dei giornali e poi dipinti di bianco. Una casa costruita con un materiale che era stato parte di una casa.
I collage sono stati importanti per me come un apprendistato: ho imparato a costruire. facendo i collage. Li ho buttati tutti perché, appunto, mi sembravano degli esercizi.

D - Quanto sono importanti i materiali per il tuo lavoro?

R - Sono la cosa più importante. A me sembra che tutto dipenda dai materiali. Sono essi a suggerirmi le idee per il mio lavoro. Io non penso “se avessi del legno farei questo”, devo averlo davanti e vederne i colori, lo spessore, la qualità…
Le travi dei soffitti e i legni provenienti da vecchie porte o finestre mi hanno dato l’idea di fare le case.
Le lamiere, per i loro colori, per il fatto che sono di metallo, mi hanno fatto pensare all’esercito.
Avevo dei piccoli imbuti per l’olio, che avevo comprato in un vecchio mercato in Indonesia. Un giorno guardandoli mi sono venute in mente le tende di comando. Io prendo quello che mi interessa e sul momento posso anche non sapere che cosa ci farò, ma non è importante… è successivo poi farci le cose. 
Avevo anche altri imbuti, più grandi, che avevo trovato in case abbandonate. Ci ho messo le ruote e le bandiere e sono diventati i “belligeranti”.
A me piace molto l’oggetto di per sé. E i materiali. Non sempre ho subito l’idea di come utilizzarli. Alcuni stanno lì da anni, li guardo ma non mi viene in mente cosa farci. Altre volte l’idea mi viene subito, come è successo per una grattachecca che ho comprato a Porta Portese. Appena arrivata a casa ho fatto il modello in cartone per la scultura: un muso davanti con la grattachecca e poi un cartone fatto con le lamiere… quindi qualche volta la cosa è abbastanza semplice.
Il “cavallo di Troia” è fato con un macinino rotto comprato a Porta Portese che serviva per il prezzemolo o per il formaggio e con un pezzo di vecchio meccano con le ruote che un’amica mia ha trovato per strada. Poi dietro a questo ho messo una scatoletta e ho inventato un cavallino.
Ho trovato delle retine, di quelle che vengono usate nelle costruzioni - alcune avevano ancora del cemento attaccato - e le ho utilizzate per fare i “Grandi edifici a gabbie d’aria” - queste città che sembrano New York…
Ho usato anche il legno di vecchie botti per le torri della camera oscura e per dei carretti. Quando lo abbiamo tagliato odorava di vino.

D - Dove trovi i materiali?

R - Li devo cercare. I legni li prendo da vecchie barche abbandonate, da travi e porte tolte da case che devono essere ristrutturate. Il legno è il materiale più difficile tanto da trovare - perché serve da combustibile, lo bruciano nei camini - quanto da prendere, perché bisogna tagliarlo e trasportarlo.
La plastica è il materiale più facile perché si trova ovunque ed è leggera, facile da trasportare.
I ferri che uso per i “Palazzi del vento” sono fatti con stecche di ombrelloni che ho trovato buttati sulla spiaggia. Questi ferri sono molto belli perché il bianco della plastica con cui erano rivestiti è in parte è diventato di un altro colore, in parte se n’è andato e si è arrugginito.
Le lamiere sono le grondaie che tolgono dalle case che ristrutturano.
Poi ci sono le cose, gli oggetti, che trovo nei mercati o durante i miei viaggi.
A volte trovo dei materiali nuovi, come per esempio la mica.
Io stavo facendo un viaggio in autobus nel Madagascar. A un certo punto siamo passati per una strada vicino a sui c’erano grandi mucchi di mica nera e luccicante. Io mi volevo fermare ma non è stato possibile. Però poi a Fort Dauphin, il portiere dell’albergo me l’ha procurata in una fabbrichetta che la lavorava e la spediva in Giappone come isolante: dei fogli neri stupendi.
Quella bianca l’ho trovata invece a Porta Portese. L’ho trovata anche in viaggio, in Sud Africa.
La mica l’ho usata per le strutture di ferro, per ora… diciamo, poi certe volte quando ho fatto le barche, il fondo della barca l’ho fatto di mica nera. E poi adesso vedrò, ho ancora dei fogli.

D -  Come è cambiato nel tempo il tuo modo di usare il materiale?

R - All’inizio del mio lavoro ero molto preoccupata di non avere abbastanza materiale. Mi finiva. Era difficile trovarne altro. Mi sentivo come si sentirebbe un pittore se gli mancassero i pennelli per dipingere o uno scrittore se gli mancasse la carta. Ora non ho più questa preoccupazione perché, col tempo, ho imparato a usare diversi materiali e perché so che se non potessi più trovare quelli che utilizzo sarei capace di usarne altri ancora. Non ho mai usato pietre, per esempio, perché  a me piace il vissuto umano, i resti, ma potrebbe essere bellissimo lavorare con le pietre.
Ho anche imparato a trasformare i materiali. Per esempio alcune delle lamiere che ricavo dalle grondaie non vanno bene perché sono nuove o poco degradate, però messe fuoco diventano straordinarie. Io non lo so regolare il fuoco, e quindi vengono in modo irregolare. È una sorpresa.
C’è n’è una nera bellissima, ora. Io l’ho dipinta ma non veniva bene. Allora abbiamo fatto un grande fuoco di campagna ed è venuta fantastica.

D — Mi parli dell'importanza dei viaggiche hai fatto?

I viaggi sono stati sempre una cosa straordinaria nella mia vita. Straordinaria… Vedere un altro mondo, un altro modo di utilizzare i materiali, un altro modo di vivere, un altro modo di sedersi, di vestirsi, di cucinare, diverse forme di arte, di architettura, ci porta ad un confronto con la diversità. E questa diversità è magica. È la diversità che da apertura.
In viaggio in genere io sto molto bene, voglio dire che non ho mai problemi con me stessa, non ho mai lacerazioni e quindi quando io non ne potevo più facevo un viaggio. Lasciavo tutti i problemi all’aeroporto e quando tornavo comunque erano diversi. Credo che questo sia stato il motivo per cui ho viaggiato tanto, perché per me il viaggio é un momento di straordinario benessere. Quindi è stato un apprendimento enorme, una gioia infinita… ora è anche una disperazione, devo dire, perché tutto quello che ho visto non c’è quasi più.
È terribile vedere quanti secoli si sono voluti per le individuazioni, per quella particolare architettura, quei particolari modi di vestirsi, tutti bellissimi, compresi quelli italiani - io ho visto delle fotografie dei paesi vicino Formia dell’inizio dell’ottocento e in ognuno di essi le persone erano vestite in modo diverso. Allora 30, 50 km erano una vita, per cui ognuno rimaneva abbastanza isolato. Ci è voluto tanto tempo per distillare tutte queste cose ma ci vuole poco per distruggere, per distruggere totalmente.

D — Che cosa ti hanno portato, per la tua scultura, tutti questi mondi differenti che hai visto?

R - Molti artisti si sono ispirati ai viaggi. In India ci sono scritte meravigliose sui muri - perché là costa meno prendere uno che dipinga piuttosto che attaccare un manifesto - e tra queste ci sono quelle della “coca-cola” in grande, che poi Schifano ha ripreso nei suoi quadri.
Ci sono delle belle fotografie sull’Africa di Chatwin, raccolte in un libro (Photographs and Notebooks, 1993) che sembrano dei quadri moderni.
Nel terzo mondo c’è un maggiore riciclaggio del materiale rispetto al mondo occidentale, che porta ad una grande fantasia nel accostamento di colori e materiali. Da noi questo si trova a volte nelle campagne. Io sono rimasta colpita da dei paesi molto belli che ho visto nel nord Italia. Belli, ma per me erano troppo aggiustati, troppo lindi, troppo senza resti, non avevano niente che in realtà mi emozionasse, anche se apparentemente erano belli, ma è come se non avessero l’anima, in certo qual modo. Nei paesi poveri il per costruire qualcosa, per fare una porta oppure una staccionata, loro mettono insieme quello che hanno: ad esempio una parte forse di cannucce, una parte di legno,  fil di ferro o retine di ferro, pezzi di vecchi bidoni… ecco: fanno delle cose che ricordano i quadri moderni.
Quello che a me interessa sono le forme, i colori e il modo di utilizzare il materiale.
Molte sculture mie richiamano quello che io vedo in viaggio: architetture moderne, non europee, o europee, case di campagna che vedo passando in treno, le fabbriche abbandonate. In tutto il sud.est asiatico e in Cina, le impalcature sono fatte di bambù. Mi hanno sempre affascinata e mi hanno ispirato i “Palazzi del vento”. A Malta costruiscono dei fuochi d’artificio che sono meravigliosi. Fanno delle strutture che poi accendono durante le feste e fanno scoppiare in tanti colori - ed è da questo che mi è venuta l’idea di fare le girandole.
Ho sempre avuto uno sguardo diverso sulle cose.
Per me non è importante, in un viaggio, rimanere molto in un posto perché a me interessa lo sguardo. Cioè, mi interessa guardare tante, tante, tante cose diverse. Alcuni preferiscono stare fermi in un posto, a me piace stordirmi, guardare un po’ tutto: la natura, i vestiti, l’architettura. Guardo tutto, poi credo che molto di questo mi rimanga.

D - I gruppi di sculture sono una caratteristica molto specifica del tuo lavoro…

R - Io sento che per me le sculture che costruisco sono come dei pezzi di un mondo. Possono stare isolate oppure in gruppo. Le posso metterle insieme in vario maniere. Aggiungere o togliere pezzi, metterne uno diverso o disporre i pezzi in altri modi.
A volte c’è una sola combinazione che va bene, altre volte più di una.
A volte va bene anche una sola scultura anche se piccola, però ha bisogno di spazio attorno.
La tenda di comando, per esempio, va benissimo sia in gruppo che da sola. Il gruppo dà l’idea di un accampamento militare un po’ medievale, un po’ orientale - da sola su una grande superficie sembra di vederla spersa su una grande pianura. Io metto sempre frontalmente sia sculture singole che le composizioni o gli accostamenti di sculture e oggetti. Non mi piacciono altrimenti.

D - Quali sono gli artisti contemporanei che ti piacciono di più?

R -Mi piace molto Klee. Mi piace molto Cornell, di cui ho visto una mostra straordinaria a Firenze. E poi anche Melotti, e Sironi, le fabbriche di Sironi, Calder, Stepanova, Rodcenko, Sironi, Schwitters, Rauchemberg… e molti altri che adesso non mi vengono in mente.

D - Come lavori?

R - Io lavoro a pezzi. Cioè io lavoro mettendo insieme i pezzi, i colori e i materiali. Per esempio adesso è un po’ di tempo che sto facendo delle composizioni con plastiche colorate, poi di queste composizioni non so bene che cosa ci farò. Le posso mettere attaccate in varie maniere alle strutture di ferro dei “Palazzi del vento” oppure creare fare un “Vestito”.
Posso mettere insieme dei pezzi di legno per fare una superficie, e una volta fatta cerco di capire che cosa ne farò. Sempre così.
Quando lavoro io non mi accorgo di niente. Non mi accorgo nemmeno di lavorare. Se poi mi chiedono che cosa hai fatto io non so rispondere. È come se stessi in un altro mondo. Faccio tante cose insieme: sto facendo una cosa poi guardo una stoffa, un materiale, un colore, un oggetto, e passo ad altro e poi passo ancora ad altro e poi guardo una cosa che mi sembra imperfetta e magari guardandola in quel momento capisco come la devo modificare e allora la modifico e lascio le altre cose. Quindi non faccio altro che fare e riprendere, guardare e riguardare quello che ho fatto. Io creo molte oggetti che ci sono: i camion le biciclette, le case, le sedie, le fabbriche. È come se io mi creassi un altro mondo. Un mondo parallelo a quello che esiste.
Quando io faccio una scultura, la prima cosa è che deve dare emozione a me. Se quello che io creo mi dà emozione, allora va bene.deve reggere ai miei occhi.
 E deve reggere nel tempo: l’ultima scultura sembra sempre la più bella, poi dopo due ore sono già critica. poi la guardo il giorno dopo e vedo altre cose ancora, e così via.
Io non so che emozione creano negli altri queste cose. Cioè, so che creano ricordo e  suscitano nostalgia - almeno è quello che mi dicono - sia per i materiali, che a volte sono sfatti, che per le forme, che a volte richiamano cose antiche e, in certo qual modo, semplici: Le case, per esempio, sono molto semplici. Potrei fare anche delle case arzigogolate ma non le voglio fare perché non avrebbero le stesse emozioni.

D — Adesso a cosa stai lavorando?

R - Sto riguardando certe composizioni di plastica che ho fatto la settimana scorsa - certe reggevano, certe no, allora alcune le ho rifatte. E poi sto facendo si nuovo certe fabbriche con le lamiere zincate. Faccio molte cose in contemporanea. Io faccio sempre tante cose in contemporanea. Perché… sto facendo una cosa poi vedo un legno che mi suggerisce qualche cosa e allora io lascio tutto e faccio quello e poi riprendo. Ecco, ho fatto un armadietto… Adesso vorrei anche fare una casa diversa, con dei legni che ho fatti tagliare, vediamo se riesco a farla al più presto.

Roma, maggio 2007

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la scultura di Annalisa Ramondino